Negli ultimi decenni il mondo dell’allevamento suinicolo ha vissuto una profonda trasformazione. Tecnologia, consapevolezza ambientale e attenzione al benessere animale hanno rivoluzionato il modo di intendere la gestione della stalla. Ma quanto incide davvero l’ambiente sullo stato di salute degli animali? E come stanno cambiando le competenze del veterinario di campo?
Ne abbiamo parlato con Telma Tucci, professionista con anni di esperienza nella consulenza veterinaria agli allevamenti italiani, con un ruolo di responsabilità in 3tre3, testimone diretta di questa evoluzione.
Negli anni di lavoro a contatto con gli allevamenti, qual è stato il cambiamento più evidente che hai visto nel rapporto tra ambiente della stalla e salute degli animali?
Il cambiamento che ho osservato in questi 35 anni di attività in Italia è stato un miglioramento della consapevolezza sull’importanza di un ambiente idoneo. L’introduzione di nuove malattie, come per esempio la PRRS, ha spinto l’allevatore ad andare oltre il “patogeno”. Le malattie dei suini sono per lo più multifattoriali, dove l’ambiente e il rispetto dei fabbisogni dei suini sono fondamentali.
Si parla molto di alimentazione e genetica, ma meno di qualità dell’aria. Quanto contano davvero, secondo la tua esperienza, parametri come ammoniaca, polveri sottili e CO₂ nella vita quotidiana degli animali?
Certamente i parametri ambientali fanno parte integrante della vita e del benessere degli animali. Tutti questi fattori hanno un ruolo importante nella salute del suino, dai problemi riproduttivi alla crescita.
Puoi raccontarci un caso in cui un problema “invisibile” in stalla – magari legato a ventilazione o qualità dell’aria – ha avuto effetti significativi su salute o produttività?
Sì. Qualche anno fa avevamo un problema di accrescimenti in un ingrasso. Gli animali non esprimevano la loro piena potenzialità genetica, ma i parametri di salute apparivano regolari. Il problema era uno scarso ricambio d’aria, con livelli di CO₂ elevati – non tali da allarmare secondo i limiti di Classyfarm, ma comunque sufficienti a ridurre l’apporto di ossigeno ai tessuti, rallentando la crescita muscolare. Un problema invisibile, ma molto concreto.
Le estati diventano sempre più lunghe e calde. Da esperta del settore, cosa osservi di più negli animali sotto stress termico? E quali soluzioni hai visto funzionare meglio nella pratica?
Nella pratica, tutto ciò che migliora la percezione termica del suino si traduce in un beneficio per salute e benessere. Ridurre l’umidità, garantire una ventilazione corretta e utilizzare sistemi di raffreddamento – come i cooler – che favoriscono la perdita di calore, sono le soluzioni più efficaci. I suini hanno pochissime ghiandole sudoripare, quindi l’ambiente deve aiutarli a mantenere l’equilibrio termico.
Oggi è possibile monitorare quasi tutto in tempo reale. Dal tuo punto di vista clinico, cosa cambia avere dati costanti su microclima e benessere animale rispetto alle osservazioni tradizionali?
Sapere in anticipo che un gruppo di suini sta per ammalarsi a causa di un malfunzionamento o di un problema ambientale può fare la differenza tra una gestione moderna e una ancora basata solo sull’esperienza visiva. Le figure umane restano imprescindibili, ma devono assumere un nuovo ruolo: interpretare i dati e agire in modo proattivo.
Si parla sempre più di intelligenza artificiale e sistemi predittivi. Li vedi come strumenti che possono affiancare la figura del veterinario, o rischiano di sostituirne alcune competenze?
Chi crede che l’IA o altre innovazioni possano sostituire le figure umane – veterinarie o meno – non ha capito la direzione in cui stiamo andando. Sono strumenti che affiancano, non sostituiscono.
In Francia i consumatori trovano in etichetta un voto da A a E sul benessere animale. Come vedi questa forma di comunicazione? Sarebbe un aiuto o un ostacolo per chi lavora negli allevamenti italiani?
Essere consapevoli delle proprie scelte è un diritto. Tuttavia, ridurre a un solo voto aspetti complessi come nutrizione, benessere e sostenibilità rischia di essere semplicistico e riduttivo. Serve trasparenza, ma anche una comunicazione equilibrata.
Si parla sempre più di allevamenti capaci di “restituire” all’ambiente, migliorando suoli e biodiversità. Da specialista, pensi sia un’utopia o una strada concreta?
Conosco diverse realtà suinicole dove l’impatto ambientale è ormai vicino allo zero, o comunque paragonabile ad altre attività produttive. Quindi no, non è un’utopia.
Molti allevatori vedono la sostenibilità come un costo. Puoi farci un esempio di quando un miglioramento del benessere animale si è tradotto in un vantaggio economico?
Io non sono un’allevatrice, ma sono un’imprenditrice di me stessa. Non affronto mai una difficoltà come un problema, ma come un’opportunità. Se molti allevatori la vedono come un costo e restano fermi, altri sono già in azione – e stanno raccogliendo i frutti.
Guardando al 2035, quale pensi sarà la sfida più grande per il veterinario e per la salute degli animali: gestire il clima che cambia, mantenere la competitività economica o integrare la tecnologia?
Le sfide sono interconnesse. Mantenere la competitività dipende dall’integrazione della tecnologia, che ottimizza tempi e risorse, generando benefici economici. Al tempo stesso, la gestione del clima diventa un fattore sociale da integrare nelle due precedenti.
Conclusione
L’esperienza di Telma Tucci dimostra come il benessere animale non sia più solo una questione etica, ma un elemento chiave di efficienza, sostenibilità e progresso tecnico. L’allevamento del futuro non potrà prescindere da dati, tecnologia e consapevolezza ambientale, ma continuerà ad avere bisogno di persone capaci di leggere la complessità e prendere decisioni con sensibilità ed esperienza.



