Intervista alla Prof.ssa Luciana Rossi

Il rapporto tra ambiente di allevamento, salute animale e sostenibilità è oggi al centro del dibattito scientifico e produttivo. In un contesto segnato dai cambiamenti climatici, dalla crescente attenzione al benessere animale e dalla necessità di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni zootecniche, il ruolo dell’ambiente non può più essere considerato un fattore secondario. Ne parliamo con la Prof.ssa Luciana Rossi, DVM, Ph.D., del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali dell’Università degli Studi di Milano, che da anni unisce ricerca scientifica e attività sul campo.

Dall’evoluzione del concetto di salute animale al monitoraggio ambientale, dall’uso dell’intelligenza artificiale fino alle prospettive future della zootecnia, l’intervista offre una visione integrata delle sfide e delle opportunità che attendono il settore.

Negli anni di lavoro a contatto con gli allevamenti, qual è stato il cambiamento più evidente nel rapporto tra ambiente di allevamento e salute degli animali?


Negli ultimi anni ho osservato una crescente consapevolezza del ruolo dell’ambiente come determinante della salute animale sia nell’ambito della ricerca scientifica che nella pratica di allevamento. Siamo passati da un approccio reattivo, centrato sulla cura della malattia, a uno preventivo, che mira a creare condizioni ambientali ottimali per ridurre lo stress e migliorare il benessere. Oggi si parla sempre più di “salutogenesi”, ossia della promozione attiva della salute attraverso strategie che riducano la comparsa della malattia. Questo approccio si fonda su una visione integrata, che considera in modo congiunto i fattori nutrizionali, ambientali e gestionali, con particolare attenzione al benessere animale, alla qualità dell’ambiente di allevamento e al microclima. È importante ricordare che il determinismo della malattia deriva dall’interazione complessa tra tre componenti principali: l’animale (ospite), l’ambiente e l’agente patogeno. Solo intervenendo in modo sinergico su tutti questi elementi è possibile prevenire l’insorgenza delle patologie e promuovere sistemi di allevamento realmente sostenibili e resilienti.

Quanto contano ammoniaca, polveri sottili e CO2 nella vita quotidiana degli animali?


Contano moltissimo. Questi parametri, spesso sottovalutati rispetto ad altri fattori gestionali o alimentari, hanno un impatto diretto e documentato sulla salute respiratoria, sull’efficienza immunitaria e sulle performance produttive degli animali da allevamento. Un’elevata concentrazione di ammoniaca compromette la clearance mucociliare e l’integrità dell’epitelio respiratorio, favorendo l’ingresso di patogeni e predisponendo a bronchiti, polmoniti e infezioni secondarie. Le polveri sottili, oltre a veicolare microrganismi e endotossine, provocano infiammazione cronica delle mucose respiratorie e, nel lungo periodo, riducono l’efficienza dello scambio gassoso e dell’assunzione di alimentoi. Anche la CO2, se non adeguatamente smaltita attraverso una ventilazione efficace, riduce l’ossigenazione tissutale e il comfort, influenzando negativamente il riposo e la crescita.

Puoi raccontarci un caso in cui un problema “invisibile” ha avuto effetti significativi su salute o produttività?


È un fenomeno che osservo spesso, soprattutto negli allevamenti suinicoli. Un esempio molto comune riguarda la ventilazione insufficiente: per ridurre i costi di riscaldamento, alcuni allevatori tendono a limitare i ricambi d’aria durante la stagione fredda. A prima vista, sembra una scelta efficiente dal punto di vista energetico, ma in realtà si tratta di un problema “invisibile” ad alto impatto sanitario ed economico. La riduzione del flusso d’aria provoca un accumulo di ammoniaca e umidità, che compromettono la qualità dell’ambiente, favoriscono la microbizzazione ambientale e irritano le vie respiratorie degli animali. In un caso specifico che ho seguito, il semplice riequilibrio del sistema di ventilazione aumentando i ricambi d’aria, ha portato, in poche settimane, a una riduzione significativa della tosse nei suinetti, minori perdite produttive e un netto miglioramento dell’appetito.

Cosa osservi negli animali sotto stress termico e quali soluzioni funzionano meglio?


Gli effetti dello stress da caldo variano molto in base alla specie e alla fase produttiva, ma in tutti i casi rappresentano una delle principali sfide per il benessere e la produttività. Nella scrofa, la zona di termoneutralità è intorno ai 18-19°C: quando le temperature estive superano questi valori, si osservano calo della fertilità, riduzione dell’assunzione di alimento e minor produzione di latte e minore accudimento dei lattonzoli(nella fase di lattazione).

Al contrario, i suinetti neonati richiedono ambienti molto più caldi, intorno ai 28-30°C. Questo rende la gestione del microclima in sala parto una delle sfide più complesse: bisogna riuscire a garantire contemporaneamente comfort alla madre e ai piccoli. Anche la bovina da latte è fortemente sensibile alle alte temperature. Lo stress termico comporta una riduzione dell’ingestione di sostanza secca, un peggioramento degli indici produttivi e riproduttivi, e un aumento dei segni clinici di stress ossidativo e infiammatorio. Le soluzioni più efficaci sono quelle integrate: sistemi di ventilazione e raffrescamento evaporativo, piani nutrizionali mirati e gestione dei tempi di alimentazione nelle ore più fresche. Anche la qualità dell’acqua (fresca), l’ombreggiamento e la gestione degli orari di alimentazione hanno un impatto importante. Questi interventi, se ben coordinati, migliorano il benessere animale, riducendo l’impatto fisiologico dello stress termico e preservando la produttività.

Cosa cambia con il monitoraggio in tempo reale rispetto alle osservazioni tradizionali?


Il monitoraggio ambientale continuo consente non solo di prendere piena consapevolezza delle reali condizioni dell’allevamento, ma anche di passare da una gestione reattiva a una gestione predittiva. Disporre di dati costanti sul microclima permette di intercettare precocemente i segnali di disagio e di intervenire tempestivamente, contribuendo così al benessere e alla salute degli animali. Tuttavia, la tecnologia non può sostituire l’occhio esperto del veterinario o dell’allevatore: i dati devono essere interpretati alla luce dell’esperienza clinica e gestionale.

Intelligenza artificiale e sistemi predittivi: alleati o sostituti del veterinario?


Alleati, senza dubbio. L’IA può elaborare grandi quantità di dati, ma la decisione clinica richiede una comprensione olistica che solo l’esperienza e la sensibilità del veterinario possono garantire. Il futuro sarà fatto di collaborazione tra tecnologia e competenza umana.

Etichettare il benessere animale come il Nutri-Score francese: aiuto o ostacolo?


Può essere un aiuto se basato su criteri scientifici, trasparenti e condivisi. Tuttavia, ridurre il benessere animale a un semplice voto o punteggio rischia di penalizzare sistemi produttivi complessi e virtuosi, che richiedono una valutazione integrata e multidimensionale. La comunicazione verso il consumatore non deve diventare un mero esercizio burocratico, ma uno strumento di valorizzazione della qualità reale dei processi produttivi. È fondamentale inoltre contrastare l’infodemia che ancora accompagna questi temi: non sempre un allevamento “antibiotic free” corrisponde automaticamente a un miglior stato di salute o benessere animale.

Allo stesso tempo, l’impegno e gli investimenti degli allevatori nel certificare e migliorare il benessere animale devono essere riconosciuti e premiati dal mercato: il consumatore deve essere consapevole del valore aggiunto che queste pratiche comportano e disposto a sostenere un prezzo equo. Infine, resta aperta una sfida cruciale: come garantire gli stessi standard di benessere e sostenibilità per i prodotti importati da Paesi extra-UE, dove i controlli e le normative possono essere meno rigorosi. Solo un approccio coordinato e globale può assicurare una reale equità e trasparenza lungo tutta la filiera.

Gli allevamenti possono “restituire” all’ambiente?


Assolutamente sì. Gli allevamenti moderni possono contribuire positivamente alla sostenibilità attraverso il riciclo dei nutrienti, la gestione sostenibile delle deiezioni e la valorizzazione dei sottoprodotti dell’agroalimentare, che possono essere reimpiegati come ingredienti funzionali nelle diete animali. In questo modo, gli animali stessi diventano valorizzatori di prodotti di scarto per l’alimentazione umana (ma ancora ricchi di nutrienti), trasformandoli in alimenti di alta qualità per l’uomo. L’allevamento può così rappresentare un nodo virtuoso dell’economia circolare, capace di migliorare la fertilità dei suoli, ridurre gli sprechi e promuovere la biodiversità, con benefici sia ambientali che economici.

Un esempio di sostenibilità che ha portato vantaggi economici?


Recentemente mi sono occupata nella mia attività di ricerca in campo di Biochar nell’alimentazione animale che rappresenta un esempio concreto di sostenibilità che si traduce anche in vantaggio economico. Il biochar è un carbone vegetale derivato dal processo di pirolisi di biomasse agricole e rappresenta un perfetto esempio di economia circolare, poiché consente di valorizzare scarti vegetali trasformandoli in una risorsa funzionale. Il suo utilizzo nelle diete di suinetti in svezzamento (ma non solo) ha mostrato un miglioramento dell’efficienza alimentare, migliore salute intestinale e una riduzione dell’escrezione di azoto e delle emissioni di gas clima-alteranti, con un impatto positivo sull’ambiente e un risparmio economico diretto per l’allevatore.

Guardando al 2035: la sfida più grande?


Guardando al 2035, la sfida più grande sarà garantire la salute animale e contrastare l’antibiotico-resistenza, uno dei problemi sanitari globali più urgenti. Parallelamente, sarà fondamentale individuare fonti proteiche alternative e sostenibili, riducendo la dipendenza da materie prime importate e a elevato impatto ambientale. Il tutto dovrà conciliarsi con la necessità di mantenere la sostenibilità economica delle produzioni, assicurando la redditività per l’allevatore e la resilienza del sistema zootecnico in un contesto di cambiamenti climatici, pressione sociale e transizione ecologica.

Conclusioni

Dalle parole della Prof.ssa Luciana Rossi emerge con chiarezza come la zootecnia del futuro non possa prescindere da un approccio sistemico, in cui salute animale, ambiente, gestione e sostenibilità economica siano profondamente interconnessi. Prevenzione, monitoraggio continuo e uso consapevole della tecnologia rappresentano strumenti chiave per affrontare le sfide presenti e future. Allo stesso tempo, l’allevamento moderno può e deve diventare parte della soluzione, contribuendo attivamente all’economia circolare e alla tutela delle risorse. Innovazione scientifica, competenza umana e responsabilità condivisa lungo tutta la filiera saranno elementi fondamentali per costruire sistemi produttivi resilienti, equi e realmente sostenibili.

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