Anguillara, 21 agosto 2025
Veterinario con oltre quarant’anni di esperienza, specializzato nella medicina della produzione del latte, il dott. Alessandro Fantini ha accompagnato da vicino l’evoluzione degli allevamenti italiani. Con lui abbiamo parlato di genetica, benessere animale, qualità dell’aria, sostenibilità e futuro della professione veterinaria.
Negli anni di lavoro a contatto con gli allevamenti, qual è stato il cambiamento più evidente che hai visto nel rapporto tra ambiente della stalla e salute degli animali?
Negli oltre quarant’anni della mia attività di medico veterinario, specializzato nella medicina della produzione del latte, ho assistito a un cambiamento epocale: la genetica ha nettamente superato, per importanza e impatto, la gestione, l’ambiente, la salute e la nutrizione. All’inizio della mia carriera era evidente come una buona dieta, un ambiente adeguato e una gestione accurata potessero migliorare sensibilmente le performance degli animali.
Oggi, invece, la selezione genetica ha fatto un salto di qualità tale da generare bovine “nuove”: animali che, pur apparendo simili a quelli di un tempo, impongono condizioni precise. In altre parole, se non si garantiscono loro i livelli di nutrizione, gestione e ambiente che richiedono, la sostenibilità economica dell’azienda è destinata a crollare in tempi rapidi. Per questo lo spazio in cui vivono deve essere ampio e confortevole; parametri come THI, qualità dell’aria e luminosità vanno monitorati con attenzione e il personale addetto alla cura e alla gestione deve essere altamente preparato e costantemente aggiornato.
Si parla molto di alimentazione e genetica, ma meno di qualità dell’aria. Quanto contano davvero secondo la tua esperienza parametri come ammoniaca, polveri sottili e CO₂ (anidride carbonica) nella vita quotidiana degli animali?
Non ho avuto modo di fare un’esperienza diretta su come i parametri oggetto della domanda possano condizionare la qualità della vita degli animali e le loro performance. Posso tuttavia affermare, senza ombra di dubbio, che le bovine da latte in particolare, essendo ormai universalmente definite “atlete metaboliche”, esercitano un’impegnativa disciplina aerobica che richiede un’elevata quantità di ossigeno e quindi aria di elevatissima qualità.
Puoi raccontarci un caso in cui un problema “invisibile” in stalla – magari legato a ventilazione o qualità dell’aria – ha avuto effetti significativi su salute o produttività?
Certamente. Qualche anno fa un allevatore mi invitò a visitare l’allevamento che aveva appena finito di costruire con un grande sforzo economico e nel quale aveva da poco portato le sue bovine da latte. Una stalla di grandi dimensioni arredata con quanto di meglio l’ingegneria zootecnica proponeva. La stalla aveva l’area di riposo a cuccette e le aree di camminamento con un ottimo grigliato.
L’allevatore era disperato perché, nonostante un investimento così importante finalizzato a dare alle bovine una qualità della vita migliore, queste “ingrate” stavano tutto il giorno in piedi e accalcate in precise zone della stalla. Per non farla troppo lunga con il racconto semplifico dicendo che mi accorsi che per un errato montaggio dei ventilatori orizzontali, si creava un ristagno di gas dalle fosse di stoccaggio del liquame, poste al di sotto del pavimento grigliato, percepibile solo dalle bovine sdraiate in cuccetta o da un uomo accucciato a pochi decimetri da terra. Una cosa è comunque certa. Le bovine da latte non fanno ciò che fa loro male. Questo vale per l’alimentazione e l’ambiente nel quale vivono.
Le estati diventano sempre più lunghe e calde. Da esperto del settore, cosa osservi di più negli animali sotto stress termico? E quali soluzioni hai visto funzionare meglio nella pratica?
Il clima sta cambiando rapidamente e ciò lo vediamo dall’andamento delle temperature medie, minime e massime e dalla frequenza di eventi estremi. Ho scritto molti articoli su questo argomento raccomandando sia ai costruttori di impianti di raffrescamento che agli allevatori e ai veterinari di attivare una diagnostica di stalla finalizzata a verificare se l’impianto adottato è effettivamente in grado di prevenire lo stress da caldo.
Ci sono oggi le tecnologie e le conoscenze per capire in maniera oggettiva se la temperatura corporea degli animali rimane normale nel corso della giornata come anche la frequenza respiratoria e l’ingestione.
Oggi è possibile monitorare quasi tutto in tempo reale. Dal tuo punto di vista e da un punto di vista clinico, cambia avere dati costanti su microclima e benessere animale rispetto alle semplici osservazioni tradizionali?
Assolutamente sì. Ritengo che la nuova frontiera per valutare il benessere o, meglio, la qualità della vita degli animali d’allevamento, sia l’utilizzo delle tecnologie che monitorano, su tutti gli animali o su un gruppo statisticamente significativo di essi, determinati parametri clinici. Ho molte perplessità sugli strumenti di valutazione soggettiva come le check list per affrontare un tema così complesso e delicato che coinvolge anche la sensibilità dell’opinione pubblica.
Si parla sempre più di intelligenza artificiale e sistemi predittivi. Li vedi come strumenti che possono affiancare anche la figura del veterinario, o rischiano di sostituirne alcune competenze?
Assolutamente no. Gli allevamenti stanno diventando sempre più grandi e la mole d’informazioni individuali e collettive raccolte dai sensori e direttamente da allevatori, veterinari e zootecnici è diventata enorme e ingestibile. Ben vengano gli algoritmi e l’IA per individuare anomalie sia individuali che collettive da sottoporre all’attenzione di chi ha responsabilità gestionali in allevamento.
In Francia i consumatori trovano in etichetta un voto da A a E sul benessere animale (il tanto discusso Nutri-Score). Come vedi questa forma di comunicazione? Sarebbe un aiuto o un ostacolo per chi lavora negli allevamenti italiani?
La cultura degli score e delle etichette a semaforo è tipicamente anglosassone ed è molto lontana da quella di altri Paesi occidentali e dal resto del mondo. Sicuramente può essere d’aiuto indicare in etichetta il metodo d’allevamento che aiuterebbe i consumatori a fare acquisti consapevoli e darebbe un duro colpo a una certa retorica animalista che evoca la chiusura degli allevamenti intensivi senza sapere esattamente cosa sono e cosa li distingue da quelli non intensivi.
Il problema forse più grande che deve affrontare chi è stato delegato a decidere è che il linguaggio dell’opinione pubblica è molto diverso da quello che viene utilizzato dalla produzione primaria. Purtroppo, un tema così complesso e determinante per dare un futuro agli alimenti di origine animale viene affrontato con la disinformazione e la polarizzazione ideologica.
Si parla sempre più di allevamenti capaci di “restituire” all’ambiente, migliorando suoli e biodiversità. Da specialista, pensi sia un’utopia o una strada concreta?
L’allevamento dei ruminanti è profondamente integrato con l’ambiente: utilizza alimenti che i monogastrici non sono in grado di digerire, come le fibre, e valorizza sottoprodotti e scarti alimentari, restituendo in cambio proteine di elevato valore biologico per l’alimentazione umana. Inoltre, attraverso i liquami, contribuisce alla produzione di energia rinnovabile e fornisce digestato, un fertilizzante ricco di sostanza organica utile per la fertilità dei suoli. Questa realtà è concreta e quotidiana, ma spesso manca la capacità di comunicarla in modo semplice e comprensibile alle persone.
Molti allevatori vedono la sostenibilità come un costo. Puoi farci un esempio di quando un miglioramento del benessere animale si è tradotto in un vero vantaggio economico?
La sostenibilità ambientale, sociale ed economica non rappresenta un costo, ma un investimento ad alto rendimento (ROI). Garantire agli animali le migliori condizioni di alimentazione, salute e benessere consente loro di esprimere appieno il proprio potenziale genetico, raggiungendo i massimi livelli di produttività, fertilità e longevità.
Tuttavia, oggi ci troviamo in una fase di stallo: il consumatore non è ancora disposto a riconoscere un valore aggiunto, e quindi a spendere di più, per latte e carne prodotti in modo più sostenibile. A mio avviso, la criticità non risiede nella mancanza di comportamenti virtuosi da parte di molte filiere, bensì nell’incapacità di comunicarli in maniera chiara e convincente. A ciò si aggiunge il proliferare di messaggi fuorvianti che alimentano confusione e sfiducia.
Se ti proietti al 2035, quale pensi sarà la sfida più grande per il lavoro del veterinario e per la salute degli animali?
Le sfide che la medicina veterinaria deve affrontare, e dovrà affrontare sempre più in futuro, sono molteplici e complesse. Perché questa disciplina resti attuale e adeguata a un mondo in continua evoluzione, occorre ripensarla dalle fondamenta: dalla didattica fino all’esercizio della professione, così come è già avvenuto, in parte, nella medicina umana. Uno dei nodi principali riguarda proprio la formazione. È ormai difficile accettare che un percorso universitario unico prepari indistintamente a tutte le infinite declinazioni della medicina veterinaria.
Frequentare gli stessi corsi e affrontare un unico esame di Stato, per poi esercitare in ambiti così diversi come la cura degli animali da compagnia, la medicina degli animali da reddito e da sport, la sicurezza alimentare, la sanità pubblica o quella privata, è quantomeno riduttivo. La verità è che esiste una vera e propria “biodiversità” della medicina veterinaria: modalità, finalità e obiettivi cambiano radicalmente a seconda che ci si occupi di pet, di bovini da latte, di equini sportivi o di igiene degli alimenti. Ignorare queste differenze significa mettere a rischio il futuro della professione e, di conseguenza, privare cittadini e filiere agroalimentari del supporto qualificato di cui hanno sempre più bisogno. Oggi esistono master, scuole di specializzazione e percorsi post-laurea, ma senza affrontare quello che definirei il “peccato originale” della formazione veterinaria, tutto questo rimane un correttivo marginale. Serve una riforma strutturale, capace di riconoscere la complessità e la diversità di questa professione.
Conclusioni
Dall’esperienza del dott. Fantini emerge chiaramente come la zootecnia moderna non possa più prescindere da un approccio integrato che unisca genetica, gestione, tecnologia e sostenibilità. Il futuro degli allevamenti passa dalla capacità di garantire benessere agli animali e valore agli allevatori, ma anche di comunicare con trasparenza al consumatore. La sfida è grande, ma le opportunità lo sono altrettanto: costruire un settore resiliente, competitivo e in sintonia con le esigenze della società e dell’ambiente.



