Intervista alla Dott.ssa Annalisa Scollo: ambiente, benessere e futuro della suinicoltura

Introduzione

Negli ultimi anni la suinicoltura è cambiata profondamente, spinta dall’evoluzione genetica, dalle nuove tecnologie e dalle sfide del cambiamento climatico. Per comprendere come questi fattori influenzino la gestione degli allevamenti e la salute degli animali, abbiamo intervistato la Dott.ssa Annalisa Scollo, veterinaria e docente del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino. La sua esperienza sul campo offre una visione concreta delle difficoltà e delle opportunità che attendono il settore.

Qual è stato il cambiamento più evidente nel rapporto tra ambiente di allevamento e salute degli animali?

Negli ultimi anni, la selezione genetica e l’evoluzione della suinicoltura hanno portato alla produzione di animali molto più performanti rispetto al passato. Tuttavia, come accade per le macchine più sofisticate, anche il “suino moderno” richiede un pilota più esperto: un approccio gestionale e manageriale più attento, in cui l’ambiente di allevamento non è più un aspetto secondario, ma parte integrante della performance complessiva. A questo si aggiunge il fatto che oggi alcuni fattori sanitari, che un tempo avevano un impatto minore, sono diventati molto più rilevanti. La combinazione di questi due elementi – l’aumento della sensibilità sanitaria e la maggiore complessità gestionale – ha reso indispensabile rivedere e valorizzare tutto ciò che riguarda la gestione quotidiana e l’ambiente in cui gli animali vivono.

Si parla molto di alimentazione e genetica, ma meno di qualità dell’aria.
Quanto contano davvero secondo la tua esperienza parametri come ammoniaca, polveri sottili e CO₂ (anidride carbonica) nella vita quotidiana degli animali?

È ormai noto che alcuni parametri legati alla qualità dell’ambiente di allevamento sono strettamente correlati alla predisposizione degli animali a sviluppare determinate patologie. Un esempio classico è la gestione non corretta della temperatura: sbalzi termici importanti possono favorire la comparsa di manifestazioni neurologiche da Streptococcus suis. Negli ultimi anni, però, l’attenzione si è estesa anche ad altri fattori ambientali, come la qualità dell’aria. Parametri come ammoniaca, polveri sottili e anidride carbonica non sono semplici numeri, ma veri e propri indicatori della qualità dell’aria che i suini respirano. Se un operatore trascorre solo alcune ore al giorno nel capannone, i suini invece vi restano 24 ore su 24: significa che eventuali valori alterati possono incidere in modo diretto e costante sulla loro salute. Questo può tradursi in un peggioramento della risposta immunitaria e in un aumento della sensibilità verso patogeni che, in condizioni ambientali ottimali, non rappresenterebbero un vero problema o comunque resterebbero facilmente gestibili.

Puoi raccontarci un caso in cui un problema “invisibile” ha avuto effetti significativi sulla salute o sulla produttività?

L’esempio più evidente è proprio quello che citavo prima. Quando un operatore entra in uno svezzamento, percepisce la temperatura e la qualità dell’aria in quel preciso momento della giornata, ma non può rendersi conto di ciò che accade nelle altre ore, ad esempio durante la notte. Eppure gli sbalzi termici tra il giorno e la notte possono essere davvero significativi, soprattutto in certi periodi dell’anno. Non è raro, infatti, osservare problematiche da Streptococcus suis in svezzamenti in cui la gestione ambientale non è costante nelle 24 ore. Gli sbalzi di temperatura restano uno degli esempi più eclatanti di questo tipo di criticità. A questo si sommano altri fattori “invisibili” ma importanti, come la presenza di ammoniaca e di polveri sottili. Anche se il suino è un animale piuttosto resistente, l’esposizione continua a livelli elevati di ammoniaca provoca irritazione delle mucose respiratorie, riducendo le difese locali e rendendo l’animale più vulnerabile ai patogeni. In queste condizioni, anche microrganismi comunemente presenti, come Mycoplasma hyopneumoniae, possono causare patologie più gravi o difficili da gestire.

Le estati diventano sempre più lunghe e calde. Da esperta del settore, cosa osservi di più negli animali sotto stress termico? E quali soluzioni hai visto funzionare meglio nella pratica?

È vero che le estati diventano sempre più lunghe e calde, ma allo stesso tempo gli animali allevati oggi sono sempre più delicati e sensibili allo stress termico. Le scrofe, in particolare, rappresentano la categoria più vulnerabile, soprattutto nei nostri climi che ormai possiamo definire quasi subtropicali, con temperature estive molto elevate rispetto alla media europea. Questo perché la scrofa affronta fasi fisiologiche molto impegnative – gravidanza, parto e lattazione – che richiedono un notevole dispendio energetico. Quando a questo si aggiunge il calore ambientale, l’animale fatica a mantenere l’equilibrio termico, e non è raro osservare un aumento della mortalità estiva proprio in questa categoria. Anche i suini da ingrasso ne risentono, ma in misura generalmente minore. Per quanto riguarda le soluzioni, oggi esistono diverse strategie di raffrescamento che possono fare davvero la differenza: dalla ventilazione meccanica potenziata ai sistemi di cooling, fino alla nebulizzazione d’acqua, che contribuisce a ridurre la temperatura ambientale e a migliorare il comfort termico degli animali. L’importante è non sottovalutare mai questo aspetto, perché uno stress termico mal gestito compromette non solo il benessere, ma anche le performance produttive.

Oggi è possibile monitorare quasi tutto in tempo reale. Dal tuo punto di vista e da un punto di vista clinico, cambia avere dati costanti su microclima e benessere animale rispetto alle semplici osservazioni tradizionali?

Cambia moltissimo poter monitorare in tempo reale la qualità dell’aria e i parametri del microclima. Avere dati costanti consente di intervenire prima che si manifestino le conseguenze negative — come un calo di produttività, un peggioramento del benessere o, nei casi più gravi, un aumento della mortalità. Il monitoraggio continuo permette quindi di anticipare il problema, non di inseguirlo. È un cambio di paradigma importante: da una gestione reattiva, basata sull’osservazione di un sintomo, a una gestione preventiva, basata su dati oggettivi che segnalano subito una deviazione dai valori ottimali. Questo approccio è fondamentale non solo dal punto di vista clinico e zootecnico, ma anche economico e gestionale.

Si parla sempre più di intelligenza artificiale e sistemi predittivi. Li vedi come strumenti che possono affiancare anche la figura del veterinario, o rischiano di sostituirne alcune competenze?

È impossibile che la figura del veterinario venga sostituita integralmente dai sistemi di intelligenza artificiale. L’intelligenza naturale rimane insostituibile, perché solo l’esperienza umana consente di percepire con tutti i sensi ciò che accade realmente in allevamento. Personalmente, non mi sento affatto “minacciata” dall’IA: al contrario, la vedo come un’opportunità. Oggi il veterinario — e più in generale chi opera in ambito zootecnico — ha la possibilità di acquisire nuove competenze, imparando a gestire e interpretare i sistemi predittivi in modo che diventino strumenti di reale supporto alla decisione. Questa capacità di lettura e contestualizzazione dei dati rappresenta un vero upgrade professionale: l’IA non sostituisce il veterinario, ma ne valorizza il ruolo, rendendolo ancora più centrale nella gestione moderna dell’allevamento.

In Francia i consumatori trovano in etichetta, un voto da A a E sul benessere animale (il tanto discusso Nutri-Score). Come vedi questa forma di comunicazione? Sarebbe un aiuto o un ostacolo per chi lavora negli allevamenti italiani?

Più che chiedersi se un sistema di etichettatura come il Nutri-Score sia un aiuto o un ostacolo, la vera domanda è un’altra: il consumatore è davvero disposto a rivalutare la zootecnia attraverso questo tipo di strumenti? Oggi, purtroppo, molti consumatori hanno un’opinione negativa dell’allevamento, spesso basata su percezioni parziali o informazioni distorte. Se un sistema di valutazione in etichetta — che renda visibili e comprensibili i livelli di benessere animale e le modalità di allevamento — può contribuire a colmare questa distanza, allora ben venga. Per chi lavora negli allevamenti italiani, quindi, la sfida non è temere l’etichetta, ma imparare a valorizzare ciò che già fa bene. Il sistema zootecnico deve sapersi adattare a una domanda che evolve e, soprattutto, deve imparare a comunicare la propria professionalità anche al consumatore, con trasparenza e orgoglio.

Molti allevatori vedono la sostenibilità come un costo. Puoi farci un esempio, se ne hai, di quando un miglioramento del benessere animale si è tradotto in un vero vantaggio economico?

Non voglio entrare nel merito della sostenibilità ambientale in senso ampio, ma vorrei portare il punto di vista pratico del veterinario che lavora in allevamento. Quando ci troviamo di fronte a problematiche sanitarie, spesso legate anche alla qualità dell’ambiente o al livello di benessere degli animali, inevitabilmente si registrano perdite produttive e un aumento della mortalità. Se pensiamo che il numero di suinetti svezzati e portati al macello a nove mesi può ridursi sensibilmente a causa delle perdite in corso di ciclo, capiamo subito quanto questo impatti in termini economici. Ogni animale che muore rappresenta non solo una perdita di reddito finale, ma anche la dispersione di tutte le risorse — alimenti, lavoro, energia — investite fino a quel momento. Animali più sani e gestiti in condizioni di benessere ottimale rendono invece l’intera filiera suinicola più sostenibile: producono meglio, consumano meno mangime per chilo di accrescimento e richiedono meno interventi terapeutici. Anche la riduzione dell’uso di antibiotici è una conseguenza diretta del miglioramento del benessere e della performance complessiva.

Se ti proietti al 2035, quale pensi sarà la sfida più grande per il lavoro del veterinario e per la salute degli animali: gestire il clima che cambia, mantenere la competitività economica o integrare la tecnologia?

Se mi proietto al 2035, credo che tutte e tre le sfide — il cambiamento climatico, la necessità di mantenere la competitività economica e l’integrazione della tecnologia — resteranno centrali per il settore suinicolo. Tuttavia, aggiungerei una quarta sfida altrettanto cruciale: il ricambio generazionale. Oggi il comparto zootecnico, e in particolare quello suinicolo, fatica ad attrarre le nuove generazioni, sia tra i giovani veterinari sia tra i tecnici e gli operatori di stalla. Eppure, questo settore rappresenta un enorme bacino di opportunità. Perché queste diventino reali, è però indispensabile accompagnare il cambiamento, rendendo gli allevamenti ambienti di lavoro più moderni, tecnologici e salubri. Da alcune indagini condotte presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, emerge chiaramente che i giovani considerano la qualità dell’aria all’interno degli allevamenti un fattore determinante nella scelta di lavorare o meno in questo ambito. Questo dato ci ricorda che la qualità dell’ambiente non è importante solo per il benessere degli animali, ma anche per la salute e la motivazione delle persone che ogni giorno ci lavorano.

Conclusione

L’intervista alla Dott.ssa Annalisa Scollo mostra come il futuro della suinicoltura passi da una gestione più attenta, da un uso consapevole dei dati, dall’integrazione intelligente della tecnologia e da un rinnovato impegno verso il benessere animale. Le sfide non mancano, ma le opportunità sono altrettanto significative per migliorare salute, produttività e sostenibilità dell’intero sistema.

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